Per Ospitare un Nuovo Umanesimo: il contributo della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli al convegno ecclesiale nazionale
Tutti gli uomini siano salvati
«Tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,4). Il mandato della prima lettera a Timoteo, che ha ispirato il Sinodo sulla famiglia e risuona nell’Anno straordinario della Misericordia, può apparire velleitario persino per un Ordine Ospedaliero, ma solo perché siamo uomini e donne del XXI secolo e sovente leggiamo anche la Parola con le lenti del nostro tempo. Per accogliere con fiducia questo mandato, è sufficiente tornare alle parole che San Giovanni di Dio rivolgeva ogni sera agli infermi dell’ospedale di Granada: «Voglio condurvi un medico spirituale che vi curi le anime, e per il corpo poi non mancherà il rimedio». Giovanni Ciudad aveva sperimentato questa verità nella propria vita e nella propria sofferenza e sapeva di annunciarla nella Spagna del Cinquecento, dove povertà e malattia rappresentavano una condanna inappellabile, nonché in una città multietnica, dove la fede era anche linguaggio, cultura e potere e i modi di percepirla e di viverla erano, anche allora, molto variabili.
Oggi l’inculturazione del messaggio cristiano – e il recente Sinodo sulla famiglia ha ribadito nelle sue conclusioni che «l’inculturazione non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture» - non si realizza più soltanto in senso geografico, ma prima di tutto culturale, così come le terre di missione possono trovarsi a pochi metri da casa nostra, nelle periferie esistenziali della società contemporanea, ma anche nelle periferie culturali, dove l’evangelizzazione deve superare la distanza logica e linguistica che separa il comune sentire dal messaggio cristiano. Come fare? Quando papa Francesco, chiedendo a Gesù misericordioso, attraverso l’intercessione di Maria, di concederci la disposizione al servizio dei bisognosi e dei malati, osserva che «talvolta questo servizio può risultare faticoso, pesante, ma siamo certi che il Signore non mancherà di trasformare il nostro sforzo umano in qualcosa di divino», rileva l’obiettiva difficoltà di evangelizzare il momento della sofferenza umana in una società che la assimila al male e disperde il senso dell’esperienza umana e spirituale che anche questo momento della vita porta dentro di sé e che la pastorale della salute coltiva, indaga ed esalta. Il Papa ci insegna che «anche noi possiamo essere mani, braccia, cuori che aiutano Dio a compiere i suoi prodigi, spesso nascosti. Anche noi, sani o malati, possiamo offrire le nostre fatiche e sofferenze come quell’acqua che riempì le anfore alle nozze di Cana e fu trasformata nel vino più buono. Con l’aiuto discreto a chi soffre, così come nella malattia, si prende sulle proprie spalle la croce di ogni giorno e si segue il Maestro (cfr Lc 9,23); e anche se l’incontro con la sofferenza sarà sempre un mistero, Gesù ci aiuta a svelarne il senso». Ma, perché ciò avvenga nelle nostre comunità come in tutta la Chiesa, occorre che si sappia «seguire la voce di Colei che dice anche a noi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”, Gesù trasformerà sempre l’acqua della nostra vita in vino pregiato», annuncia papa Francesco, riproponendo la priorità pastorale del nostro tempo, quella di rifondare l’evangelizzazione in corsia sulla spiritualità dell’uomo sofferente, della sua famiglia e dei sanitari che lo curano. La cultura contemporanea tende a segregare questo approccio tra le opzioni individuali. Noi sappiamo che la Parola si propone e non si impone; tuttavia, la scienza meno ideologizzata ha riconosciuto da tempo che l’accompagnamento spirituale del malato ha anche un’efficacia terapeutica, e per questo numerose istituzioni sanitarie, anche laiche, lo incoraggiano.
L’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio auspica pertanto che la Chiesa italiana, vivendo il proprio convegno nazionale a Firenze nella ricerca di un nuovo umanesimo in Gesù Cristo, riscopra anche questa dimensione dell’evangelizzazione, che, per quanto rileviamo noi Fatebenefratelli come altri Ordini religiosi, richiede un aggiornamento della pastorale della salute improntato al dialogo, in quanto, come ha detto il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino il 27 settembre a Loppiano, «scienza e tecnologia possono aprire inedite possibilità per l’uomo a patto che venga recuperata, anche in termini aggiornati, la concezione unitaria dell’uomo» e comunque «davanti agli scenari resi possibili dalla scienza e dalla tecnologia il nostro compito non può essere né quello di lanciare generici e preoccupati allarmi né quello di alzare barricate ideologiche», semmai è quello di avere contezza dei rischi connessi alla deriva scientista contro cui abbiamo combattuto in questi anni ma, anche, «far emergere il contributo qualificante che, anche in questo contesto, il cristianesimo può e deve assicurare alla crescita della persona e della società». Parimenti, nel rapporto con il fratello che soffre, dobbiamo avere «uno sguardo pulito e pieno sulla persona e sulla sua unità, per non rendere l’essere umano un oggetto»: neppure un’oggetto dell’evangelizzazione.
E’ noto che l’Ospitalità, secondo la Carta d’Identità dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio, si concretizza in una serie di principi fondamentali: il nostro centro d’interesse è la persona assistita, promuoviamo e difendiamo i diritti del malato e dei bisognoso, tenendo conto della loro dignità, difendiamo la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, riconosciamo il diritto del malato a essere informato, promuoviamo l’assistenza integrale basata sul lavoro in équipe e su un adeguato equilibrio tra tecnica e umanizzazione dei rapporti terapeutici, osserviamo e promuoviamo i principi etici della Chiesa, consideriamo elemento essenziale dell’assistenza la dimensione spirituale e religiosa, difendiamo il diritto a morir con dignità, poniamo la massima attenzione nella selezione e formazione del personale, osserviamo le esigenze del segreto professionale, valorizziamo le qualità dei collaboratori, rispettiamo la libertà di coscienza delle persone assistite e dei nostri collaboratori ma esigiamo che si rispetti l’identità delle nostre opere apostoliche, rifiutiamo la ricerca di lucro… E’ altrettanto noto che la “nuova Ospitalità” «consiste nel vivere e manifestare oggi il dono ricevuto da San Giovanni di Dio con un linguaggio, dei gesti e dei metodi apostolici che diano risposte ai disegni e alle attese dell’uomo e della donna che soffrono per la malattia, l’età, l’emarginazione, l’handicap, la povertà e la solitudine» (Dichiarazioni del LXIII Capitolo generale dell’Ordine, Bogotà 1994). Nel momento in cui la Chiesa italiana si profonde in un rinnovato impegno per l’umanesimo integrale, riteniamo che il cambio di passo descritto dalla Carta dell’Ordine e dal Capitolo generale debba inverarsi nel rapporto con il malato ma innanzi tutto nello stile apostolico dei nostri collaboratori laici che professino la fede cristiana, i quali, collaborando con le strutture sociosanitarie cattoliche, sono tenuti a interpretarne – pur nel rispetto dei contratti di lavoro - il senso religioso, affinché tali strutture rispondano realmente al loro carisma fondativo. Non temiamo i fallimenti umani - i poveri li avremo sempre con noi, ed anche il peccato - ma dobbiamo aprire la porta a Cristo se vogliamo che abiti la nostra casa.
Rievangelizzar(ci) alla vita
La rievangelizzazione alla vita, che interpella la pastorale della salute e deve caratterizzare il nostro apostolato, ha sicuramente queste declinazioni, ma non va confusa con un programma politico: è invece lo sforzo di un rinnovato annuncio dell’umanesimo integrale cristiano, da cui quelle scelte debbono discendere e che debbono sostenere uno stile di vita nuovo in colui che annuncia la Parola. Come disse papa Francesco nelle Congregazioni Generali prima del Conclave «evangelizzare implica zelo apostolico. Evangelizzare implica nella Chiesa la parresìa di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore…» Potremmo tradurre queste parole in migliaia di esperienze vissute - noi come i fratelli e le sorelle di altri Ordini e Congregazioni religiose che vivono il carisma dell’assistenza a poveri e malati -, migliaia di occasioni in cui nella Croce del prossimo riconosciamo il volto del Signore e trova compimento il nostro carisma, ma la nostra urgenza oggi dev’essere quella di riconoscere le nostre debolezze, la nostra Croce. Dobbiamo prendere atto che “neo evangelizzare”, anche nel mondo della sofferenza, presuppone una conversione personale. Il primo “oggetto” della salvezza è il missionario, il quale solo se evangelizzato può evangelizzare. Questo è il motivo per cui gli Ordini e le Congregazioni che operano nel settore sociosanitario abbisognano di strutture di formazione interna e di un confronto periodico, che meritoriamente viene promosso dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute e dall’Associazione Italiana per la Pastorale Sanitaria, ma sul quale è necessario un investimento più convinto, condiviso e reticolare, nella misura in cui siamo consapevoli che esista “una” evangelizzazione e “una” pastorale della salute, pur nella ricchezza e varietà dei carismi e delle opere, così come dei differenti ruoli ecclesiali.
L’accompagnamento dei morenti, l’assistenza dei malati psichici, la nuova frontiera delle malattie neurodegenerative – per citare soltanto le situazioni tipiche dell’apostolato dei Fatebenefratelli, ma guardando oltre l’Ordine San Giovanni di Dio avremmo una casistica infinita – impongono all’operatore pastorale e sanitario un percorso di formazione del cuore e della personalità che lo renda portatore della speranza che salva nella misura in cui è salvato: «Possiamo confortare quelli che sono in qualunque sorta di tribolazione per mezzo del conforto con cui noi stessi siamo confortati da Dio». (cfr. 2 Cor 1,3-4)
Accompagnare spiritualmente operatori e malati, oggi, è tutt’altro che semplice. Si tratta di far passare nella società contemporanea il senso profondo della Proposizione 32, consegnata al Papa dai Vescovi della XIII Assemblea ordinaria del Sinodo: «la nuova evangelizzazione deve essere sempre cosciente del mistero pasquale di morte e resurrezione di Gesù Cristo. Da questo mistero si diffonde una luce sulle sofferenze e malattie degli uomini, che nella croce di Cristo possono comprendere e accettare il mistero della sofferenza che offre loro la speranza nella vita che viene. Nel malato, in chi soffre in quanti sono portatori di handicap e chi si trova in un speciale bisogno, la sofferenza di Cristo è presente e possiede una forza missionaria … Ecco perché i malati sono così importanti nella nuova evangelizzazione”». Queste parole, tuttavia, ci illuminano anche sull’importanza ecclesiale della testimonianza di fede che viene resa ogni giorno da operatori e malati nei luoghi di sofferenza e come sia decisivo, per realizzare davvero il nuovo umanesimo, superare il muro di disperazione e di incomprensione eretto dal peccato in questi luoghi che il beato Giovanni Paolo II, in occasione della IX Giornata Mondiale del Malato nel 2000, descriveva così: «Ogni giorno mi reco idealmente in pellegrinaggio negli ospedali e nei luoghi di cura … Sono luoghi che costituiscono come dei santuari, nei quali le persone partecipano al mistero pasquale di Cristo. Anche il più distratto è lì portato a porsi domande sulla propria esistenza e sul suo significato, sul perché del male, della sofferenza e della morte».